Il lavoro: una fatica inutile?

Gli esseri umani hanno sempre saputo che il lavoro fosse qualcosa di negativo, sognando sempre di non lavorare.

Già gli antichi greci avevano in effetti questo sogno e in parte, bisogna ammetterlo, lo misero in pratica nell’Atene di Pericle. Il lavoro fisico era disprezzato dal mondo di Atene e lasciava questa incombenza degradante agli schiavi. Infatti, nella città “perfetta”, non veniva mai data la cittadinanza ad un operaio. In seguito, tutte le religioni “inventarono” dei paradisi dove si facevano tante cose ma non lavorare. E tutto questo perdurò fino al '700 quando Adam Smith, Marx e Locke ribaltarono il pensiero generale e fecero diventare il lavoro il punto centrale della società. Il lavoro diventa quindi ricchezza per lo Stato, diceva Smith. Marx dal canto suo definisce “uomo” la persona che lavora. Poi giungono le macchine – i primi telai - che iniziano a sostituire l’uomo. E a questo punto storico il pensiero si divide. I liberisti erano convinti che le macchine avrebbero sostituito l’uomo, ma di converso avrebbero creato più lavoro. Altri, con Keynes in testa, pensavano invece che alla fine la crescita avrebbe distrutto l’occupazione. Dopo millenni di agricoltura e artigianato, si passa nello stesso periodo alla produzione (e quindi alla società) industriale, il lavoro non è più cosa da schiavi, inizia la grande produzione in serie di beni e la divisione del lavoro sul modello Ford. Tutto questo convinti che la crescita sia infinita e che le risorse siano infinite.

Il tragico epilogo
Oggi sappiamo che non è così per nessuno dei due casi. Inevitabilmente veniamo travolti dal consumismo e il boom demografico è sempre più forte. Le macchine permettono un aumento esponenziale della produttività e le ore di lavoro diminuiscono. Se il progresso tecnologico fosse gestito da Pericle, andrebbe benissimo: si andrebbe ancora verso una società dove si lavora poco e si produce sempre di più perché gli schiavi sono stati sostituiti da macchine efficienti. Ma i pochi ricchissimi non redistribuiscono la ricchezza e pochissime famiglie hanno in mano la ricchezza della stragrande maggioranza dei cittadini. Roosevelt, durante il new deal, tassò in maniera pesantissima proprio questi ricchi e la ricchezza liberata portò alla creazione istantanea di milioni di posti di lavoro.

In questi ultimissimi anni si sta assistendo ad un'ennesima rivoluzione del lavoro che sposta la produzione verso i beni immateriali, legati al web e alle nuovissime tecnologie. Ma la politica è più che mai succube dell’economia, l’economia della finanza e la finanza dalle società di rating: un circuito perverso che non permette nessun tipo di azione libera da parte del governo.

Robot, aiutaci tu
Il passaggio dall’analogico al digitale è davvero epocale e sta avvenendo con velocità estrema, staccando definitivamente le generazioni giovani da quelle precedenti che sono rimaste indietro. Al fine di evitare che tutto questo passi senza una reazione degna da parte dei governi mondiali, bisognerebbe investire in produzione di idee e non costretti ad inseguire una società che avrà sempre meno lavoratori “fisici” e sempre più lavoratori “intellettuali” e produttori di idee. Robotizzare i processi significa inserire nel tessuto socioeconomico una nuova classe di “schiavi”, che non si ammalano, non vanno in vacanza e non scioperano. Ed è qui la chiave di volta: i costruttori di robot e coloro che li impegnano in modo massivo dovrebbero pagare una tassa pro-lavoratori umani in modo tale da poter alleggerire il monte ore e creare i presupposti per una vita a dimensione veramente umana.

Purtroppo, la mentalità attuale di pessimi imprenditori che impediscono alla produttività di aumentare è ancora quella del lavoratore forsennato, che sottrae posti di lavoro a chi lo sta cercando, nascondendo nel contempo la cronica bassissima produttività. Sempre Keynes aveva previsto che entro il 2030 avremmo prodotto più beni di quelli necessari e se diminuissimo le ore lavoro raggiungeremmo la piena occupazione e ci sarebbe posto anche per altri.

Perché dobbiamo ispirarci all’Atene di Pericle.
Come afferma il sociologo Domenico De Masi “… in quella città nessuno era analfabeta. Si obbligavano i cittadini a vedere le opere teatrali. Ci si riuniva tutti in assemblea una volta alla settimana dall’alba al tramonto per decidere sulla città. Si parlava di politica nel vero senso di polis. Non avevano la mania di arricchimento e di consumismo che logora le nostre città. La nostra è una società tutta sbagliata. Abbiamo il potere di avere la felicità e siamo stoppati da queste pulsioni degenerate. La vita contemplativa deve essere al primo posto, l’amicizia, l’amore, il gioco, la bellezza, la convivialità. Non costa nulla secondo le dinamiche già in atto. Dobbiamo solo cercare di cambiare questo mondo che non va”.

Un nuovo lavoratore?
Non è un fatto meramente tecnologico ma invero pervade tutti i livelli di un’impresa: dalle ottimizzazioni dei processi sino allo sviluppo delle competenze dei collaboratori. Le aziende devono far interagire i propri collaboratori nella trasformazione poiché interessa tutti: dallo apprendista ai componenti di un CdA. Sul lungo termine inciderà anche sul profilo professionale dei collaboratori ben sapendo che gerarchie rigide e i sistemi di controllo diventeranno obsoleti a breve e saranno esautorati da organizzazioni agili con leadership di rete.

Due le nuove caratteristiche di questo fenomeno: la prima è l’evoluzione dell’economia basata sulla piattaforma. Un nuovo modello economico che adotta la filosofia di “chi vince prende tutto”. La seconda è lo sviluppo di scambi tra pari. Insieme alla proliferazione di beni e servizi digitalizzati, queste caratteristiche promuovono una radicale innovazione del mercato del lavoro. La digitalizzazione può creare nuovi tipi di lavoro, nuovi settori, nuovi prodotti e nuovi servizi, ad esempio: energy manager, data analyst, data miners, data architect, sviluppatori software e app, stampatori 3D. Può anche accelerare profondi cambiamenti nelle pratiche di lavoro. Ci potranno essere nuove forme di interazione tra le macchine e i lavoratori e nuove forme di lavoro – per esempio la trasformazione di servizi e prestazioni lavorative continuativi -  propri dell’economia tradizionale, in attività svolte soltanto su richiesta del consumatore o cliente chiamata altresì "uberizzazione", che può anche portare nuovi rischi (intensificazione del lavoro, salute e sicurezza, peggioramento crescente del rapporto tra vita privata e lavorativa, divari formativi, discriminazione, ecc.).

In conclusione
Dovremmo tutti prendere coscienza che la fatidica parola “digitalizzazione” altro non è che il vecchio e caro cambiamento, che si ripropone ciclicamente e senza soluzione di continuità durante tutta la vita di noi esseri umani; all’inizio spaventa e destabilizza ma poi diviene parte del nostro presente e inesorabilmente, un giorno anch’esso vecchio, e noi pronti ad affrontare un ennesimo cambiamento.

Il Centro di Formazione Professionale si configura quindi come il naturale alveo all’interno del quale il lavoratore moderno può trovare risposte e strumenti per continuare, senza gravi affanni ma con impegno e dedizione, il suo percorso di crescita professionale e personale, con la speranza che la visione di Pericle si possa nuovamente realizzare.