Vivere ai tempi della post-verità

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Post-truth, cioè post-verità, è la parola dell’anno per l’Oxford dictionary. Il termine «denota o si riferisce a circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti degli appelli a emozioni e credenze personali nel formare l’opinione pubblica».
Tra tutte le parole considerate, post-truth è apparsa come quella che cattura meglio l’attuale spirito del tempo e ha il potenziale per restare «culturalmente significativa nel lungo periodo».
Siamo proprio messi bene.
La notizia interessante è che, come non sempre succede, la medesima parola è selezionata dall’Oxford dictionary sia per gli Stati Uniti sia per il Regno Unito. Del resto, tra Brexit e Trump, entrambi i paesi hanno avuto la loro dose da cavallo di post-verità.
L’altra notizia interessante è che la scelta del termine post-truth era stata compiuta già prima che i risultati delle elezioni americane fossero noti. È proprio la recente campagna elettorale statunitense a offrirci una collezione di elementi tale da restituire una vivida idea di quel che significa vivere ai tempi della post-verità.
Gli anglosassoni parlano di «camere dell’eco». Un bell’articolo dell’Independent descrive perfettamente il fenomeno, dove non esiste la verità dei fatti, perché ciascuno ha selezionato e riceve solo le notizie e i commenti con i quali concorda a priori. Ed eccoci a un altro punto interessante: «Anche noi», scrive ancora l’Independent, «ci siamo ritirati nelle nostre camere dell’eco, ripetendoci a vicenda opinioni di cui siamo già convinti».
Uscire dalla bolla
Questo, credo, succede perché sono state fatte due cose giuste, doverose e legittime, e una sbagliata: giusto e legittimo sbugiardare bufale e menzogne, e ignorarne l’esistenza all’interno della narrazione sui mezzi d’informazione più autorevoli.
Sbagliato e ingenuo, però, sottovalutare la crescente rilevanza e il peso del fenomeno costituito dalla vorticosa diffusione delle bufale, e il conseguente avvento della post-verità. Le bufale e le credenze in sé sono false, ma il fenomeno delle bufale e delle credenze diffuse in rete è del tutto reale.
Non ho la più pallida idea di come si possano concretamente migliorare le cose, restituendo all’opinione pubblica nel suo complesso una più fedele e meno post-veritiera rappresentazione del reale. So anche che la complessità del reale è così scoraggiante da spingerci tutti, élite comprese, a rifugiarci ciascuno nella propria bolla.
L’unica cosa di cui sono certa è che per cominciare a prendere contatto con il problema bisogna che qualcuno esca dalla sua bolla. Farlo è sgradevole, è destabilizzante e chiede una serie di assunzioni di responsabilità. Ci vogliono calma, coraggio, realismo e buonsenso: qualità sempre più rare e difficili da coltivare, ai tempi della post-verità.
Annamaria Testa, esperta di comunicazione www.internazionale.it